venerdì 20 ottobre 2017

Non si abusano così anche i giornalisti



« Ed elli avea del cul fatto trombetta. »

(XXI, v. 139)

Finalmente stamattina una notizia è riuscita a far tornare l'appetito, dopo settimane di digiuno, all'ormai inappetente Hannibal Lecter che abita il mio lato oscuro.
Non è un trafiletto da fondo pagina, raggiungibile con parecchie scrollate di mouse, come i risultati delle elezioni austriache. Lo hanno piazzato bene in alto, segno che il messaggio alle masse deve essere importante. 
Ed importante lo è perché conferma l'inesorabile discesa del regime nel baratro del ridicolo, al raggiungimento del cui fondo troverà il popolo con l'inevitabile salva di pernacchi (al maschile, come insegna Eduardo), per non dire di peggio
Gli sdilinquimenti da primadonna in estasi mistico-isterica di Hitler, l'atteggio da bullo di Mussolini al balcone, quelle cose che hanno sempre fatto scompisciare i fautori del nazifascismo come unico regime ridicolo della Storia, rischiano di ritornare perfino ad essere cose serie, rispetto al lercismo di stato, all'informazione ridotta a trombettina di culo di una propaganda sempre più insolente ed insozzante l'umana decenza.

Qui abbiamo il ridicolo regime cosmetico-progressista in pieno delirio strumentale da Masterchef Situazionista. La ricetta è "cuoricino di tartaruga in brodo di giuggiole al sapore di finocchietto selvatico".
Ingredienti: due povere tartarughe innocenti sacrificate sull'altare della propaganda, un litro di broda LGBT, due etti e mezzo di cazzocentra freschissimo, giuggiole, dignità di giornalista q.b. (se riuscite a trovarne, ormai è rarissima) finemente sbriciolata, finocchietto selvatico appena colto nell'Isola di Sant'Elena (più facile da reperire dell'ingrediente precedente), una spruzzata di ambientalismo per coprire l'odore di menzogna.

Povero Enrico, autore di tanti volumi e per trent'anni corrispondente dall'estero di Repubblica, come recita la sua biografia. Se vi sbattono in cucina a preparare lo zuppone alla porcara per il popolaccio e ve la fanno pure firmare, ovvero ingurgitare, la professione è proprio finita. Sinceramente, ma chi vorrebbe più ormai diventare giornalista in queste condizioni?  Sono orrori da scantinato di pedofili travestiti da clown che costringono giovinetti ignari del destino che li attende a compiere atti inenarrabili contro la propria dignità. 
Maurizio Blondet ci ha rivelato che, per non essere radiato dall'Ordine, perfino chi si è faticosamente costruito una carriera in anni di giornalismo, viene oggi costretto a frequentare dei corsi obbligatori di aggiornamento i cui argomenti non sono "come si informa correttamente l'opinione pubblica" o "il vero giornalismo di inchiesta" ma: "La morte di Giulio Regeni e le fake news", "Orientamenti sessuali e web", "ISIS, il terrorismo nel nome di Dio. Come si racconta", "Migrazioni, le dimensioni del dramma", "Nati in un corpo sbagliato. Luci ed ombre nella comunicazione." Tutto vero, potete leggere anche i nomi dei rieducatori ai quali sono affidati i corsi.

Ecco quindi che se Barbapapà lo richiede, Enrico può far di cul trombetta e umiliarsi con le tartarughe che non possono sposarsi sull'isola di Sant'Elena. Luogo che, evocato in epoca di dittatori presuntuosi e di infima statura soprattutto morale come gli attuali, non può certo portar loro fortuna. E' una cosa penosa. Siamo a livello di abusi ai danni dei giornalisti. Chissà che un giorno qualcuno non abbia un rigurgito di dignità e lanci un hashtag #metoo anche per la categoria, come è avvenuto per il C.A.C.A.D.P.L.C., "Collettivo Attrici Costrette A Darla Per La Carriera". 

Quasi quasi mi diventa sempre più simpatico Harvey Weinstein, l'ennesimo satiro stagionato modello Dominique Strauss-Kahn umiliato dal dipartimento scandali sessuali di Langley, sul quale viene fatta convergere, come un'arma a energia diretta, l'ira funesta delle cagnette alle quali - permettetemi la malignità femminile - fu sottratto l'osso del successo per manifesta cagneria recitatoria, per la perdita del primo pelo e per stronzaggine acquisita. Compresa quella che le induce al silenzio nei confronti delle profferte che ricevono dalle produttrici dell'altra sponda, e all'omertà nei confronti degli abusi che colpiscono i colleghi maschi e, soprattutto, i bambini attori.

Con questo sabba ad attricette unificate, come fai a non parteggiare per il bavoso Jabba the Hut, uno degli ultimi esemplari di mortodifiga etero da inviare nella "clinica del sesso"? E quando senti definire Ashley Judd, quella che recitò da invasata clintonidea il monologo vaginale contro Trump alla riunione delle teste di sorca,  una grande attrice, e non ti viene in mente uno che sia uno, dei suoi film memorabili, come fai a non parteggiare per Harvey?

Nella mia libreria, settore libri di cinema, vi è un gustoso volume vecchiotto che si intitola "Il sofà del produttore". Il senso del libro è "non se ne salva una fin dai tempi dei Lumiére" ma, come in tutti i libri di economia che trattano di processi di scambio, è difficile stabilire se nella fattispecie conti più la domanda o l'offerta. 
La prostituzione ai fini di carriera è solo una piaga hollywoodiana o quest'ultima serve a nascondere, per fare un esempio, la prostituzione ben più grave, pervasiva e dannosa di chi dovrebbe informare e invece si presta a cucinare la merda impiattandola come fosse tartufo di Alba e pretendendo di venderla allo stesso prezzo? Abusati si, ma fino ad un certo punto.

martedì 10 ottobre 2017

Il crescendo polpottiano


Chissà se gli americani, noti per delegare i propri interessi a chi si rivela sempre la biscia che si rivolta al ciarlatano, stanno capendo che aver affidato un paese strategico come l'Italia a ciò che restava del comunismo, la componente trotzkista internazionalista tanto cara ai neocon, ripassata nella padella globalista, è stata proprio una cattiva pensata.
Finchè hanno tenuto in piedi il teatrino della democrazia posticcia e la finta alternanza con il centrodestra di Berlusconi, con la pantomima dei governi di sinistra che evitavano di danneggiare Berlusconi e i governi Berlusconi che avevano bisogno della sinistra per non danneggiare gli interessi del cavaliere, tutto è sembrato funzionare. Male ma funzionava. Si poteva ancora addirittura votare.

Dopo il golpe del 2011 con il licenziamento in tronco manu judici di Berlusconi e il via libera dato ai sicari della UE e nonostante l'introduzione della figura del gatekeeper in seconda (il M5S) con mansioni di controllo sulla ditta appaltatice (PD) della demolizione controllata di ciò che restava della sovranità italiana, le cose sono andate precipitando. 
Una volta raggiunto il tanto agognato potere politico - promesso fin dai tempi dell'immunità dalle inchieste di Mani Pulite -, dopo aver conquistato quello giudiziario ed aver occupato il sistema mediatico e culturale, la vecchia anima liberticida del partitaccio rosso si è ringalluzzita e ora, più che a Berlinguer, sembra impegnata in un avvitamento polpottiano.
Perché, davvero, cercando all'indietro nella storia, l'unico regime  che mi viene in mente che abbia tentato altrettanto scientificamente di annientare il proprio popolo è il regime dei Khmer Rouge cambogiani. 
Non siamo (ancora) ai killing fields ma ogni atto di questo governo sembra votato al nostro annientamento. Facciamo un elenco delle sue infamie, che potete anche ampliare con i vostri contributi, in caso mi dimenticassi qualcosa?

* la distruzione del tessuto economico e della domanda interna;
* La strage delle PMI;
* La svendita delle migliori imprese, inclusi gli asset strategici, a interessi economici stranieri;
* La cessione gratuita e incomprensibile perfino di tratti di mare alla Francia;
* La tassazione vessatoria e dissennata nei confronti di chi in Italia produce;
* Il clima da leggi razziali che non fa mistero di voler privilegiare in futuro, su base razziale, appunto, i cosiddetti "nuovi italiani", inclusi soprattutto i clandestini senza alcun diritto di rimanere sul territorio;
* La scientifica opera di agevolazione dell'invasione del territorio da parte di individui sconosciuti, inclusi quelli potenzialmente pericolosi, che comporta inevitabilmente:
* la messa in pericolo dell'incolumità fisica e psicologica dei propri cittadini;
* la volontà di imporre l'assoggettamento degli italiani alle richieste degli stranieri, come nel caso dei "corsi di arabo per i bambini italiani";
* l'indifferenza nei confronti del disagio dei cittadini ed anzi, la loro stigmatizzazione come fascisti, xenofobi e razzisti;
* l'introduzione di leggi (come quella dei dieci vaccini obbligatori) che violano quelle parti della Costituzione che sanciscono il divieto del trattamento sanitario obbligatorio in assenza di situazioni particolari di emergenza;
* come contraltare, l'importazione senza controllo di individui provenienti da regioni del mondo dove sono endemiche malattie come malaria, AIDS, meningite, ecc;
* l'abbandono sociale sistematico di anziani, disabili e famiglie italiane in difficoltà;
* la distrazione di fondi provenienti dal lavoro italiano a favore del mantenimento di clandestini;
* la progressiva distruzione del welfare costruito sui contributi da lavoro dei cittadini italiani;
* la vendita, in dobloni sonanti, dei dati sensibili sanitari di milioni di italiani a multinazionali quali IBM e Glaxo per scopi non dichiarati;
* la volontà di introdurre prossimamente l'obbligo delle vaccinazioni anche per gli adulti, ulteriore atto incostituzionale di violazione della libertà di scelta e di integrità del proprio corpo;
* leggi che limitano la libertà di espressione, che violano la privacy individuale e introducono un regime di controllo poliziesco da polizia politica;
* l'insofferenza crescente nei confronti dell'inviolabilità della proprietà privata;
* la gestione della cosa pubblica affidata a persone non solo platealmente incompetenti ma ostentatamente prevenute nei confronti dei propri connazionali, tali da poter essere considerati veri e propri nemici interni;
* il collaborazionismo assurto a valore morale;
* lo stigma del razzismo e la valorizzazione morale dell'autorazzismo;
* la discriminazione nei confronti dei cittadini italiani quando vengono messi in competizione con gli "altri" (come nell'assegnazione di alloggi);
* l'introduzione dell'ideologia gender nella scuola;
* l'indottrinamento dei bambini atrtraverso i libri scolastici;
* la persecuzione del dissenso;
* la manipolazione continua dell'informazione;
* la volontà di creare, con leggi falsamente umanitarie come lo ius soli, truppe cammellate di elettori per sostituire quelli italiani in fuga;

ecc. ecc.

Fin dove potrebbe spingersi quest'opera di destabilizzazione senza provocare conseguenze sullo scacchiere internazionale? Secondo Raphel Lemkin, il creatore della definizione moderna di genocidio, ciò che ho elencato e che stiamo subendo come italiani, può essere indizio di genocidio culturale, precursore in altri tempi di genocidio vero e proprio ma il problema non è solo questo. 
Un'Italia definitivamente in mano a questi criminali a chi gioverebbe veramente? Si vocifera di un piano americano di intervento militare "in quei paesi NATO nei quali dovessero configurarsi situazioni di pericolo per gli interessi strategici degli Stati Uniti".
Tifare golpe o Navy Seals non è bello, ma non paiono esserci molte alternative, non potendo fermare in altro modo i nostri aguzzini. Ad esempio con una Mani Pulite 2.0 con gli interessi maturati dal 1992, e tutta per loro.

martedì 12 settembre 2017

Le fake news fanno male al re (e alle regine)


"Spesso in una propaganda del genere gli ingenui sono anzi gli strumenti migliori, perché vi portano una convinzione che agli altri sarebbe alquanto difficile fingere, e che è facilmente contagiosa. Ma dietro a tutto questo, almeno inizialmente, occorre che vi sia stata una azione assai più cosciente, una direzione che può venir soltanto da uomini sapienti perfettamente il fatto loro in ordine alle idee fatte circolare in tal guisa.
Noi abbiamo parlato di «idee», ma una tale parola qui calza assai poco, essendo evidente che nella fattispecie non si tratta per nulla di idee pure e nemmeno di alcunché che appartenga come che sia all’origine intellettuale. Si tratta, se si vuole, di idee false, ma sarebbe ancor meglio chiamarle «pseudoidee» destinate soprattutto a provocare reazioni sentimentali, questo essendo il mezzo più efficace e più facile per agire sulle masse.
Del resto, in questo ambito, le parole hanno una importanza maggiore dei concetti che esse dovrebbero esprimere e la gran parte degli «idoli» moderni non sono, invero, che parole, e noi ci troviamo dinanzi al curioso fenomeno noto sotto il nome di «verbalismo»: la sonorità delle parole basta a dare una illusione di pensiero."

(Renè Guènon - “La crisi del mondo moderno”)


Guardare i TG o leggere i giornali, ovvero informarsi su ciò che accade nel mondo attraverso i media mainstream (ovvero quelli ufficiali), rappresenta oramai la perfetta realizzazione della metafora nicciana del guardare dentro l'abisso per esserne al fine osservati. Non tanto per ciò che viene raccontato, il solito orrore quotidiano, ma per la consapevolezza che il racconto che viene proposto è una versione dei fatti, un'interpretazione che dobbiamo accettare in maniera acritica senza discuterla nonostante non corrisponda alla realtà che percepiamo. La versione dei fatti della Sovrastruttura.
E' un'esperienza nella quale si rischia seriamente di perdere il senso della separazione tra realtà e reality, tra vero e falso, tra mero resoconto di fatti e trama cinematografica; dove il livello di propaganda ha già oltrepassato l'orizzonte degli eventi della decenza e sta sprofondando nel buco nero della manipolazione assoluta da cui potrebbe non essere più possibile uscire. 
La psyop, l'operazione psicologica nella quale siamo immersi dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, viene ultimamente spinta a livelli parossistici e appare sempre meno nascosta e più palese. Credendo di avere ancora a che fare con le folle di Gustave Le Bon alle quali, come sosteneva Benito Mussolini, “piace essere fottute”, la propaganda fa un uso talmente spregiudicato della finzione, della citazione cinematografica, dell'affabulazione controfattuale da fumetto o cartone animato e dell'utilizzo di stilemi di menzogna riconoscibilissimi e ricorrenti, che ormai sta svelando ogni suo trucco, perdendo così di "credibilità". 

L'esempio più evidente, tratto dalla cronaca di questi giorni, e ormai divenuto un classico della denuncia contro le fake news ufficiali, è l'insistenza dei TG nel continuare a definire “Canale di Sicilia” la zona a poche miglia dalla Libia, addirittura entro le sue acque territoriali, dove è ormai dimostrato operano navi delle ONG di concerto con navi d'appoggio alle piattaforme petrolifere, navi militari di vari paesi e mezzi delle nostre capitanerie di porto per travasare migliaia di persone al giorno da un continente all'altro. Senza alcuna prospettiva di una possibile conclusione pacifica, sia per chi arriva che per chi accoglie, di tale trasferimento, trattandosi per la stragrande maggioranza dei casi dello sbarco di migliaia di giovani uomini adulti assomiglianti in tutto e per tutto ad un esercito che sarebbe sorprendente non nascondesse propositi di conquista. 
Eppure la più colossale - per numeri - applicazione dell'arma dimigrazione di massa della storia, voluta da coloro che auspicano un unico governo mondiale che regni su una massa di decimati da lotte per l'ultima pagnotta rimasta, costretti a strapparsela camminando sui cadaveri lasciati dalle “guerre razziali”, viene mascherata, grazie alla propaganda, da grande operazione umanitaria.

L'atteggiamento dei media nei confronti dell'emergenza migranti non è razionale ma pedagogico e fondato interamente sulle emozioni. Siamo immersi nella parodia di una grande pulsione materna che vorrebbe abbracciare tutti e farsi assoluta accoglienza, ovvero passività, sul presupposto che bisogna amare anche chi non ci ama, anzi ci odia, come nel caso di chi persegue il Jihad contro gli “infedeli”, tanto un giorno egli “cambierà”, finirà soggiogato e convertito all'amore dal nostro amore illimitato. L'illimitatezza del godimento, uno dei principi edonistici fondanti del Sessantotto, diventa illimitatezza dell'irrazionalità.
La propaganda è sempre più oscenamente emotiva, piagnona, fondata sull'empatia ricattatoria dei “bambini morti” che, come ha osservato di recente lo psichiatra Serge Tisseron, punta alla generalizzazione di quella sensibilità morale tipicamente femminile che finisce per essere incompatibile con ciò che chiamiamo diritto. 
Addirittura il principio cristiano dell'impossibilità della misericordia senza giustizia viene trasmutato nell'imposizione della sola misericordia a senso unico in forma di buonismo, il che rappresenta l'uccisione di Dio che, per definizione, è Amore ma anche Giustizia e furiosissimo sdegno. Questo è un altro dei segni del carattere profondamente satanico della matrice ideologica di questo sciagurato inizio di millennio.

La Sovrastruttura, nella sua distruttività e profondo odio per l'Umanità, alimentato dall'invidia nei confronti di Dio, ha distillato il peggio della femmina – o meglio, della sua propria visione misogina della donna - e lo vaporizza sulla popolazione, come fosse un'arma chimica letale. La propaganda, per solidarietà con le “fottute” e per farsi comprendere meglio da esse, si è tagliata gli attributi e ragiona con la lucidità di chi è in preda alla sindrome premestruale. Essa si fa assurda, aggressiva, irrazionale, antilogica. Il suo linguaggio assume quella caratteristica di smielata letteratura da fotoromanzo che l'élite è convinta di poter dare in pasto al popolo, visto come insieme di servette e camerieri emasculati, spacciandogliela per realtà. Si potrebbero fare tanti esempi ma limitiamoci a quello paradigmatico dell'avventura fumettistica della cattura e uccisione di Osama Bin Laden. Sceneggiatura che è riuscita a superare l'immaginazione del film “Sesso e potere”, dove uno spin doctor inventa dal nulla una guerra per coprire lo scandalo sessuale che rischia di provocare l'impeachment del Presidente degli Stati Uniti. A chi volesse approfondire il discorso su propaganda, spin e frame, consiglio gli ottimi libri di Marcello Foa “Gli stregoni della notizia” e di Vladimiro Giacché “La fabbrica del falso”.

La pervasività della manipolazione propagandistica non implica che sia impossibile imparare a riconoscerla. Con un certo allenamento, decostruire la narrazione della propaganda diviene facile come togliere il ciuccio ad un bambino. In questo mio articolo sul blogi fornisco un mini-corso di sopravvivenza alla menzogna quotidiana seguendo quella che ho definito La Legge dell'Hamburger:

"Ogni messaggio veicolato dalla propaganda contiene una parte di verità (la polpetta), racchiusa tra strati di falsità (insalata, formaggio, maionese, pane, cipolla, peperone, spezie) che ne coprono ed alterano il sapore fino a nasconderlo."

Non dovremmo davvero dover passare tanto del nostro tempo prezioso a cercare di decifrare i messaggi di quella macchina Enigma che è diventata l'informazione, ma tant'è. Il doverlo fare ci espone anche a rischi di altro genere.
Il dogma mondialista dell'eliminazione delle frontiere, il suo dilagare neoplastico in ogni cellula del tessuto sociale, riguarda ormai anche i confini, fondamentali, dell'IO, ovvero della parte cosciente e razionale della nostra psiche. Quei confini, tra percezione ed allucinazione, tra mondo reale ed immaginario, che normalmente, se preservati, ci impediscono di cadere nella scissione della follia. 
Quando ascoltiamo la versione dei fatti mediata e distorta dalla propaganda e siamo indotti a credere le cose più assurde, non solo rischiamo di cadere in una sindrome no-borderline indotta, ma ci accorgiamo di essere ammessi al privilegio di sperimentare la vertigine della follia istituzionalizzata, l'ora d'aria quotidiana nel delirio. "Siate affamati, siate folli", lasciò profeticamente detto e non a caso il più celebre "profugo" siriano, una volta divenuto creatore di costosissimi gingilli high-tech, la leggenda dice preconizzati grazie alle visioni offerte da trip lisergici.

La concessione da parte del potere elitario del privilegio di essere folli a comando, oppure un domani di poter assumere liberamente droghe, come ha ventilato il solito George Soros, assomiglia a quella che permette a determinate umanità colorate di poter agire il razzismo fino all'eliminazionismo nei confronti di altre (vedi "Black Lives Matter" e tutta la narrazione contro il "suprematismo del maschio bianco") mentre ad altre è vietato. Un'élite che quindi si diverte a spostare su un mixer ideale le leve dei sentimenti, delle passioni, degli atteggiamenti e dei pregiudizi: su il pietismo, giù il nazionalismo, un po' di effetto eco autorazzista, un vibrato buonista, e vai con le grancasse dell'irreversibilità made in TINA (There Is No Alternative).
Un gioco crudele di cui Blue Whale, l'ultima probabile trovata della propaganda anti-russa e anti-Internet, non è che il pallido riflesso su scala individuale. In questo caso, per applicare la legge dell'hamrburger, la polpetta di verità consiste nella facilità con la quale non solo da oggi si può indurre al suicidio adolescenti predisposti alla depressione. 

La propaganda è dunque riconoscibile ma è comunque invincibile? L'imprevisto, il cigno nero che compare all'improvviso nei piani della Sovrastruttura è che la conseguenza logica di questo processo di emotivizzazione della realtà e di spinta sul pedale dell'assurdo e dell'incredibile è che la propaganda perde i suoi superpoteri di persuasione, insomma non la crediamo più. 
Chi la costruisce e diffonde sotto forma di psyop appare sempre più incurante del senso del ridicolo delle sue argomentazioni, ma chi la subisce si è addestrato, per legittima difesa, al fact checking e all'incredulità acquisita proprio grazie alle sparate sempre più inverosimili che gli tocca di ascoltare. Tipicamente, per fare un esempio, ci siamo disinteressati di economia fintanto che l'economia non ha iniziato ad interessarsi pesantemente a noi ed alla nostra sopravvivenza. E, paradossalmente, ci stiamo difendendo grazie ad un mezzo messo a nostra disposizione proprio dal potere. L'ex strumento di scambio di informazioni istituzionali Arpanet, demilitarizzato e impacchettato come neo tempio dei mercanti chiamato Internet, ora è sempre più un'agorà, forse l'ultimo spazio rimasto di democrazia dal basso.

Difatti, se ai tempi di Joseph Goebbels, quando c'era solo un abbozzo di moderna società della comunicazione, poteva essere vero che "una bugia, tanto più grossa fosse stata, tanto più sarebbe stata creduta", oggi questo postulato sta diventando sempre meno valido, grazie all'interconnessione di milioni di nodi di una rete di comunicazione che, più che virtuale, è ormai neuronale, ovvero fisica e nella quale ogni nodo, ovvero ognuno di noi, è in grado di produrre informazione e soprattutto controllare, confermare o confutare quella altrui, soprattutto quella fornita dalla propaganda. Il che ovviamente non toglie che, anche dal basso, vengano create falsità, manipolazioni e strumentalizzazioni che è giusto smascherare.

Ecco quindi che, come contromisura, nel tentativo di arginare nel pubblico il rigurgito della propaganda somministrata con l'imbuto, viene creato il concetto di fake news, ovvero di “notizie false”, vera e propria Eresia dei nostri tempi, da punire con la Santa Inquisizione affidata, in omaggio alla femminilizzazione generale, alle Inquisitore. Fake news che non sono ovviamente, come si potrebbe pensare e come il bimbo della fiaba dei “Vestiti nuovi dell'Imperatore” griderebbe, il chiamare Canale di Sicilia le acque territoriali libiche, ma qualunque opinione divergente da quella che nasce con le parole tratte dal vocabolario ufficiale della propaganda e nelle fucine dove operano i fabbri che martellano ogni giorno la stessa narrazione ufficiale:

“La crisi è provocata dal debito pubblico; uscire dall'euro sarebbe una catastrofe [guardate la Grecia che nell'euro è costretta a rimanere in che catastrofe reale è sprofondata, ndr]; i migranti ci pagheranno le pensioni, fuggono dalla fame e dalla guerra; abbiamo vissuto al di sopra dei nostri mezzi; le fake news sono fabbricate dalla Russia; dobbiamo fare gli Stati Uniti d'Europa per evitare che tornino i nazionalismi che provocano le guerre; non ci meritavamo di entrare nell'euro; i migranti economici fuggono dalla siccità del lago Ciad; i matrimoni islamici con le bambine sono interconnessi con il cambiamento climatico.”

Queste affermazioni, tutte falsificabili scientificamente sono trasformate in verità dalla Sovrastruttura utilizzando il pensiero magico, e la loro confutazione, al contrario, diventa falsità, perché non sono ammessi dubbi e falle nella credulità popolare.
Ovvero, “non dovete credere alle vostre orecchie ma solo a quello che vi diciamo noi”. Il che fa il paio con il secondo postulato: "Non dovete credere nemmeno ai vostri occhi ma a quello che vi diciamo noi di vedere". Come quando assistiamo alla polverizzazione di due grattacieli con struttura in acciaio e ci viene da pensare ad una demolizione controllata compiuta con un nuovo tipo di esplosivo mai utilizzato in precedenza; loro rispondono con la solita fallacia dell'argumentum ab auctoritate, e, guardandoci con il tipico sguardo di commiserazione del debunker, raccontano che "gli esperti hanno affermato che i grattacieli in acciaio colpiti da un incendio come quello si sciolgono per il calore. Lo sanno tutti."
ChelseaClinton può delirare sulle spose bambine, noi non possiamo citare i documenti ufficiali e le decine di altri presenti su Wikileaks che documentano l'utilizzo di operazioni di manipolazione climatica industriale e militare mediante irrorazione ed inseminazione delle nuvole. Jean Claude Juncker può straparlare di suoi colloqui con “abitanti di altri pianeti”, noi non possiamo reclamare, assieme ad alcuni scienziati, che di una serie di vaccini da somministrare coattivamente ai nostri figli senza requisiti di emergenza sanitaria, pena la revoca della potestà genitoriale in caso di rifiuto (una cosa inaudita), sia per lo meno garantita la sicurezza ed atossicità. 

La reazione del potere a questa ribellione alla versione ufficiale è furente. I proclami del potere sono dogmi; le nostre domande, i nostri dubbi, sono “bufale”. Chi si ostina a non sottomettersi sarà punito. Ecco quindi riemergere, periodicamente, la campagna contro le fake news, ovvero contro il dissenso.
L'ultimo DDL presentato qualche mese fa contro le fake news rappresenta l'ennesimo tentativo dei molti già abortiti di imporre il bavaglio alla Rete ma in particolar modo stabilisce una tale sequenza di aberrazioni giuridiche, oltre al solito stupro costituzionale aggravato, che vorrò proprio vedere, dovesse disgraziatamente passare prima o poi, quale giudice avrà il coraggio di applicarlo e di comminare ai "colpevoli" le sanzioni pecuniarie e il carcere. 
La distinzione tra testata registrata e blog, con la sostanziale licenza di menzogna sancita per legge per i giornali (che dovranno diventare automaticamente di regime se vorranno sopravvivere) è talmente enorme che non vale la pena commentarla e l'impossibilità di stabilire cosa sia in grado di "minare il processo democratico", senza essere passati prima per una definizione di "processo democratico", ne sancisce l'inapplicabilità pratica. Ovvero, questo è un testo improponibile in un regime democratico e applicabile solo in un contesto autoritario dove la legge è fatta a immagine e somiglianza del regime e gli asini, contro ogni evidenza, possono volare. Dove quindi può esistere solo la Menzogna Suprema.
Non mi meraviglia che questo testo illegittimo sia stato firmato da tutti i gruppi parlamentari di un Parlamento dichiarato illegittimo dalla Consulta. Un testo che è espressione della disperazione di chi non è più capace di contenere il consenso e che può mantenerlo artificialmente solo attraverso la deriva autoritaria.

Un Parlamento dove pure, come rivelano alcuni senatori, l'opposizione viene fatta ogni giorno e con forza ma i media si incaricano di non raccontarla, ottenendo il risultato di oscurarla. In effetti, è proprio questa l'impressione finale e voluta: che in Italia l'opposizione non esista. 

La lotta contro il dissenso, chiamato fake news, non potrà che essere sempre più accesa, man mano che la Sovrastruttura sarà costretta a mostrare il suo volto più terribile e privato delle maschere di convenienza. Del resto, nel corso dei vari incontri tra i membri dell'élite sovranazionale, si parla apertamente di rischi legati alla manifestazione democratica della volontà popolare e della necessità di superarli con ogni mezzo, esprimendo “il bisogno di proteggere meglio inostri sistemi di controllo qualità dell’informazione”. Ad esempio con la repressione che, per una fonte di informazione alternativa e personale, può essere sufficientemente intimidatoria attraverso l'applicazione di una esosa sanzione pecuniaria o l'obbligo di rivolgersi ad un legale per la tutela dei propri diritti costituzionali di libertà di espressione.

Per concludere, le fake news non sono altro che la semplice opinione diversa, l'altra campana, ma soprattutto tutto ciò che fa male al re, al ricco, al cardinale e ai loro innumerevoli e volonterosi servi.



Articolo pubblicato sul numero 6 di Puntozero (Nexus Edizioni)

mercoledì 30 agosto 2017

La principessa sul pisello - 20th Anniversary Edition



Nel 2006, su Diana Spencer scrivevo:

In occasione degli anniversari di morte si dovrebbe avere più rispetto di coloro che ‘a livella rende tutti uguali, anche di fronte alla pietà ma, a quanto pare, nemmeno essere state principesse da vive impedisce che i cronisti “cannibali, necrofili, deamicisiani e astuti, e si direbbe proprio compiaciuti”, come li definiva Giorgio Gaber, si trattengano dal grufolamento.
La nota rivista “Chi”, che potrebbe fregiarsi a ragione del sottotitolo “se ne frega”, ha pubblicato con grande nocumento dei sudditi di Sua Maestà britannica le ultime immagini della principessa Diana morente. Fin dal 1997 erano girate nel profondo web foto del genere ma queste vengono venduto come quelle “origginali”. E tutto ciò per promuovere l’ennesimo libro, scritto da un certo Jean Michel Caradec'h, autore di “Diana, l'indagine criminale”. Uno il cui cognome termina apostrofo h non deve avere una vita molto facile negli uffici pubblici.

Ciò che però rende queste nuove rivelazioni sulla morte della principessa particolarmente concupite dalla stampa sono alcuni particolari a luci rosse che aprirebbero nuovi scenari sulle vere ragioni dell’incidente.
Non giriamoci tanto intorno. Il povero autista Henri Paul, come in un qualunque film pecoreccio italiano anni '70 con Alvaro Vitali, era distratto da ciò che stava accadendo sui sedili posteriori della Mercedes: Lo sciagurato allungò troppo il collo e non vide il pilone sopraggiungere, altro che Uno Bianca e servizi deviati. Gli unici servizi erano quelli idraulici che  - Dio mi riperdoni - la principessa era intenta a praticare al Dodi. Questa ipotesi nascerebbe dal fatto che il fidanzato egiziano fu ritrovato con la patta slacciata. 

Mah, io dico, ammesso che la faccenda sia vera, si rendono conto questi signori che pubblicando tali notizie, oltre a prolungare di qualche anno la psicoterapia dei figlioli della defunta, probabilmente stanno già offrendo lo spunto per il pornazzo di rito dal titolo “La principessa lo prende nel tunnel”? 
Che miserie! Ma ve li ricordate i funerali in diretta e in mondovisione, con il cordoglio di un intero globo terracqueo, le lacrime dei compassati inglesi che scendevano copiose ad annacquare il tè e le migliaia di fiori e pupazzetti attaccati ai cancelli di Buckingham Palace? Elton John vestito da iettatore rock che le cantava la solita canzone da requiem, non una nuova di zecca ma una sua vecchia lagna rimaneggiata per l’occasione; gli amici un po’ così in lacrime, la suocera dallo sguardo da poker. Senza contare l'ex marito al quale il subconscio faceva pensare “Già...! Ora mammà non potrà più rompermi i maroni con Camilla”. E poi il j'accuse del fratello, la sepoltura nel mausoleo e l’invocazione della canonizzazione immediata, propiziata dalla morte avvenuta quasi all’unisono con quella di Madre Teresa?

Dopo quasi dieci anni tutta questa sofferenza sembra essere finita nel dimenticatoio e il mito è stato sottoposto a demolizione controllata come una Punta Perotti qualunque. E per giunta con una bella dose di zolfo. La bella Diana, prima monica poi dimonia.
Che l’antesignana delle Sante Subito fosse in realtà una che amava rendere la pariglia ce lo suggerirono quando leggemmo che, pur giunta illibata alle nozze con il Principe Racchio si era messa velocemente in pari collezionando, si dicono, una quattordicina di amanti.
Quando venne fuori la storia dell’amante Hewitt mezza corte inglese si battè la fronte ed esclamò “Ecco a chi assomigliava il principino Henry!”. Nel suo ultimo anno di vita due scuole di pensiero si confrontarono sulle affascinanti ipotesi attorno all’ultimo amante e sulla paternità del presunto figlio che Diana si diceva attendesse: la scuola di Francoforte propendeva per il pakistano (nel senso di uomo nato in Pakistan), quella di San Francisco era invece per l’ipotesi Dodi Al Fayed. In entrambi i casi si trattava di musulmani. Assurdo pensare che la Corte inglese potesse acconsentire alle nozze.
Il mancato suocero bottegaio di lusso Al Fayed la mena da anni con il complotto dell’MI6 e intanto vende le tazze serigrafate con le mortine dei due amanti nel suo supermercato di lusso, le quali però cominciano ad accumularsi pericolosamente tra l’invenduto.
Il vedovo consolabile si è finalmente accasato con la donna della sua vita Camilla. L’amore inossidabile ha trionfato e i due non fanno più notizia. Lei, Camilla, da carogna finita quale era dipinta, è diventata simpatica e perfino attraente, forse per qualche magia di Harry Potter. I due figlioli della morta le vogliono perfino bene e la regal suocera ha ritrovato il sorriso.

La stampa, non sapendo cosa farsene di un cadavere ormai inutile cerca di liberarsene, una rivelazione sempre più scabrosa alla volta. E la povera Diana che in fondo, dopo aver visto svanire la sua immensa ambizione di diventare la vera regina d’Inghilterra si accorse di essersi si è sbattuta tanto per niente, ora rischia o di essere equiparata a quella sciacquetta di Monica Lewinski o di essere addirittura dimenticata. “Diana chi”?

(31 agosto 2006)




Rileggendo la chiosa del mio vecchio post capisco perché a volte mi faccio realmente paura. Ecco infatti, ieri, comparire sul Twitter questo agghiacciante segno dei tempi. Vi spiego perché agghiacciante.
Detto che la dolce Ofresia probabilmente era appena nata quando la Diana Morta moriva e ci lasciava, e ciò costituisce perciò attenuante, il fatto che la più inquietante delle zie, la Zia Profe (come direbbe Il Pedante), si sia avverata, mi mette addosso una grande tristezza.
Sarà l'atmosfera da smobilitazione di una civiltà ma ogni atto di ostilità - fosse solo l'indifferenza o l'inconoscenza - verso il nostro passato mi fa sentire una sopravvissuta e ancora più vecchia di quanto io sia. Una specie di prigioniera del passato e di vecchi ricordi ammuffiti. La sensazione di viale del tramonto del resto è lo sgradevole effetto collaterale della maturità e relativa saggezza.

Un'altra cosa che mi rattrista è il fatto che, a differenza di nove anni fa quando, come avete letto, il tono delle commemorazioni non escludeva la voglia di smontare il mito e infrangere l'idolo, ridurlo alla pari con i comuni mortali, fatti di luci ed ombre e non solo circonfusi di luce divina, se non addirittura di combatterne la stucchevole perfezione costruita mediaticamente (dopo tutto si era divertita anche lei alla fine, và!), oggi Diana è stata di nuovo riportata alla monodimensione di Santità a suo tempo plasmata dagli spin doctor di Tony Blair. Furono loro infatti a coniare il termine "principessa del popolo", nient'altro che la furba riedizione della "Santa Evita" di Rice & Webber, per accaparrarsi il copyright su colei che, fosse vissuta, avrebbero cercato di far diventare la Madonninachepiange vivente del NWO.

Ieri infatti guardavo un documentario inedito sulle "nuove rivelazioni dalle interviste segrete di Diana", ed è stata sensazione di blairismo puro, oltre che esperienza quasi da apparizione mariana. Il terzo segreto di Diana, insomma.
Sparite le ombre, o semplicemente le debolezze dell'umana creatura (vivaddio), e le sconcezze iconoclaste, è tornata la Martire, la Perseguitata (perché buona e uman(itari)a) dalla Reginacattiva, dal Marito Sociopatico e Anaffettivo, da Quellaltra, dalle regole della corte, dalla Ragion di Stato e, alla fine, quasi si sentivano le catene trascinate dai fantasmi di Anna Bolena e delle altre infelici mogli di Enrico VIII.
Gli amori di Diana, gettati alle belve affamate dieci anni fa, spariti. Solo il Dodi, citato di striscio alla fine perché non si poteva proprio evitarlo. Una Diana non solo martire ma ritornata anche vergine.

La "versione di Diana" è risultata talmente di parte, vittimistica, autoassolutoria ed infantile di ritorno, da risultare francamente inverosimile. Nessun cenno, ad esempio, trattandosi di matrimonio combinato, alla nota propensione delle ambiziosissime famiglie nobili inglesi ad infilare le figlie, anche due alla volta, nei letti dei re o futuri tali, sapendo che saranno principalmente delle fattrici in eterna competizione con le amanti ufficiali e nemmeno alla eguale sfrenata ambizione delle pulzelle a diventare regine. Se i Windsor la "comprarono" al mercato delle vergini, è pur vero che i suoi la vendettero e che lei "sapeva che il suo destino era diventare regina". Credere nelle favole non è mai salutare.
E poi, parlando di strategia matrimoniale, vuoi proprio che la fanciulla non abbia commesso l'eterno errore fatale e banale delle donne sposate con chi non le ama: ovvero il "Riuscirò a cambiarlo"?

Fosse vissuta, probabilmente l'avrebbe ormai ammesso anche lei. Avrebbe riconosciuto che quando un uomo si imprinta su una certa donna non c'è verso e che le vie dei grandi amori, quale si è dimostrato quello tra Carlo e Camilla, sono misteriose. Meglio non separare coloro che non sono destinati a sopravviversi ma a morire a un giorno di distanza l'uno dall'altro, come i gemelli siamesi.
Sono cose che però si capiscono solo da vecchie, o da non più tanto giovani, se preferite. Sui cinquanta inoltrati, insomma, quando la saggezza maturata sulle mazzate ricevute per decenni comincia a farsi apprezzare come il migliore dei vini d'annata e scopri che non te ne frega più niente.
Guardando il documentario lacrimogeno ho pensato che io e la mia doppia*, viva ed invecchiata come me, potremmo sederci a sorseggiare assieme un bicchiere di quel vino, facendoci una risata sulle reciproche depressioni giovanili.
(*Quando Diana era in piena auge tutti mi dicevano che ero la sua sosia e, in effetti, oltre ad avere la stessa età ed assomigliarle fisicamente in modo assai inquietante, nemmeno io allora ero proprio il ritratto della felicità).

L'anniversario della morte di Diana tuttavia è perfetto come segno del cambiamento avvenuto in vent'anni - soprattutto se pensiamo che l'Inghilterra di allora, come appare nel video dei funerali, sembra un paese ormai scomparso, abitato com'era ancora soprattutto da inglesi - ma anche come presagio per i tempi futuri.
A questo proposito è curioso che, per la rievocazione mediatica da ventennale, si sia scelta la versione riverginazione in senso vittimista di Diana, rispetto a quella della Diana multiculti dagli amori musulmani allora osteggiati - e perfino motivo del fantomatico complotto per assassinarla - che oggi invece sarebbero di grande tendenza e da sbandierare con orgoglio globalitario.
Forse in questi tempi che stanno diventando ultra-arrabbiati contro tutto ciò che Diana era stata designata a rappresentare, visto che il buonismo piagnone ormai sta facendo volare boomerang a tutto spiano, è prevalsa la scelta di racchiudere il testimonial nella corazza protettiva del sacro e dell'empatia da moglie tradita in grado di ammansire le tricoteuses, nella certezza che, di Diana, per fortuna si parlerà al massimo fino al 1° di settembre, non oltre. Il quarto d'ora di celebrità di Andy Warhol del resto ormai sta già sotto il minuto scarso.
Il nostro destino, borghesi di merda o principesse infelici, è il "di chi parla" di Ofresia.

Per chi vuole completare l'offerta "tre per due", c'è "Racchio e Camilla, o la rivincita della carampana".

giovedì 24 agosto 2017

Bianchi, ecco per voi 10 richieste da parte di una leader di Black Lives Matter


Articolo autentico, pubblicato su LeoWeekly il 16 agosto da una certa Chanelle Helm, la dolce fanciulla qui sopra raffigurata, leader di Black Lives Matter. Un decalogo partorito con dolore, dice lei, in risposta ai fatti di Charlottesville (provocati dalla stessa teppaglia della quale è portavocessa.) 
Sentite cosa mette in testa a questa fauna freak progressista colui che assisteva, divertendosi come un matto, agli espropri delle proprietà degli ebrei da parte dei nazisti.

Buona lettura (si fa per dire).


"Bianchi, ecco per voi 10 richieste da parte di una leader di Black Lives Matter"

Scrive la dolce Chanelle, novella Mosè intersezionale alla quale il Dio Globalista ha consegnato le tavole della guerra civile:

"Alcune cose alle quali sto pensando e che dovrebbero cambiare:

1. Bianchi, se non avete discendenti, cedete le vostre proprietà a una famiglia nera o mulatta. Preferibilmente ad una di quelle che vivono in povertà generazionale.

2. Bianchi, se state ereditando una proprietà che intendete poi rivendere, regalatela ad una famiglia nera o mulatta. Potrete ottenere la stessa cifra in qualsiasi altro modo, visto che siete bianchi privilegiati.

3. Se sei un costruttore o proprietario di residenze condominiali, costruisci in un quartiere nero o mulatto e lascia che le persone nere abitino la casa gratuitamente.

4. Bianchi, se potete permettervi di trasferirvi in una casa più piccola, cedete la casa che abitate ad una famiglia nera o mulatta.

5.  Se qualcuno dei vostri eredi è uno stronzo razzista, cambiate il testamento e lasciate le vostre proprietà a una famiglia nera o mulatta. Preferibilmente ad una famiglia povera.

6. Bianchi, rivedete il vostro budget mensile in modo da poter donare ai fondi per l'acquisto di terreni da parte di neri.

7. Bianchi, mi rivolgo in special modo alle donne bianche (visto che è la loro questa è la specialità): fate licenziare un razzista. Sapete quello che dicono, cazzo. Se li ignorate, siete loro complici. Se il tuo capo è un razzista, fai licenziare anche lui.

8. Se quei bianchi dal cazzo piccolo del Klan, i nazisti e gli altri verranno comunque reintegrati, insistete a farli licenziare, anche chiamando la polizia. 

9. OK, ancora sul numero 8: se senti qualche bianco al lavoro o in altro luogo elogiare le azioni di ieri (si riferisce ai disordini di Charlottesville n.d.t.), in primo luogo fotografalo. Prendi il suo nome e acquisisci maggiori informazioni su di lui. Fai l'inferno, scopri dove lavora, fallo licenziare. In ogni caso affrontalo e, visto che hai le mani, usale.

10. Infine, caro bianco, impegnati a fare due cose: combattere la supremazia bianca dove e come puoi (questo non significa mettersi a fare il lavoro a maglia, a meno che tu non faccia sciarpe per i bambini neri e mulatti in difficoltà) e finanziare le persone nere e mulatte e il loro lavoro."


Questi poveracci mentali di BLM sono manipolati, è ovvio, ingozzati come oche da foie-gras di razzismo da ingollare a volontà senza tema di essere puniti; sono caricati a molla per una guerra preparata da chi vuole il Caos, però nel loro sogno genocidario ci sguazzano volentieri, non vi è dubbio. E, ma non lo capiscono, finiscono come ghiozzi nella rete di chi li odia più di quanto odi noi bianchi. 
Chi infatti, dopo aver letto le richieste da nulla di Chanelle, non sarebbe tentato di considerare confermata l'idea che i ne(g)ri non siano altro che dei parassiti sfaccendati? Chi gira la chiavetta dietro la schiena di Chanelle per farla vomitare a comando è lo stesso che spera che i bianchi si incazzino e che, di quelli come lei, ne facciano fuori qualche milionata. Non ci avevate pensato, eh?

Chi ci andrebbe di mezzo sarebbero gli altri, gli afroamericani (lei li chiama solo neri e marroni, notato?) che si prendono le botte dai BLM perché non condividono il loro controrazzismo antibianco, sono magari conservatori, non sono convinti che si debba gettare il bambino del liberalismo con l'acqua sporca del neoliberismo e tantomeno considererebbero dignitoso essere risospinti nella piantagione dell'ozioso assistenzialismo, considerati solo come bruti da scatenare alla bisogna contro il nemico. Un destino che il Mangiafoco ungherese sembra voler far loro condividere con i migranti africani portati qui nella Fortezza Bastiani a far niente in attesa non si sa bene di che cosa e di quale nemico da affrontare.
La cosa più ingiusta che possiate fare è credere che questa Chanelle rappresenti qualcuno di coloro che pretende di rappresentare. Se pensate che gli afroamericani siano tutti rappresentabili dalla fogna satanica di BLM cercate su Youtube e Twitter le reazioni degli afroamericani al Decalogo della pitonessa. Ce ne sono di divertite, di scandalizzate, di incazzate, di imbarazzate. Tutte concordano su questo punto, quasi incomprensibile gli europei abituati ad essere accompagnati per mano dalla collettività attraverso il proprio istituzionalizzato fallimento personale: che ne è del sogno americano, Chanelle? Del volersi fare strada con i propri mezzi ed essere orgogliosi di avercela fatta, perfino avendo la pelle nera? 
Il problema del decalogo non sarebbe poi nemmeno il suo ultrarazzismo, talmente becero da essere giustamente rifiutato da qualunque lettore senziente, di qualsiasi colore egli sia, ma il contenuto ideologico sottostante.
Qui siamo oltre ogni possibile idea di patrimoniale che qualche ministro piddino o cascame dell'ultrasinistra possa concepire dopo una seduta di funghetti allucinogeni. La follia di questa tizia, perfettamente funzionale al neototalitarismo NWO che per i ricchi prevede l'anarchia creativa e per i poveri il collettivismo della mediocrità, denota le sue ineffabili radici ideologiche. Non si partorisce un mostro simile se non si è copulato con l'idea che la proprietà privata sia un furto. 
Ella segue le medesime linee guida che, ad esempio, in Sudafrica sono il verbo dei partiti di ispirazione marxista come l'ANC di governo e l'EFF di Julius Malema (qualcuno dirà che non sono veri marxisti), e che economisti au caviar come Piketty considerano con favore: ovvero l'esproprio delle terre dei bianchi in favore dei neri eseguito per principio e non per necessità. Se poi il bianco diventa nemico di classe in sé, al quale si può espropriare anche l'esistenza, non bisogna meravigliarsi della mattanza dei farmers  - il "we will kill the Boers" a suo tempo cantato perfino dal Santo Mandela divenuto realtà.

Non so cosa debba ancora accadere, che le Chanelle di tutto il mondo si uniscano, prendano il potere e scannino tutti, affinché la si smetta di credere che sia ancora possibile ragionare con chi vuole sostituirci - in quanto cittadini ancora memori del significato della democrazia e testimoni dei tempi in cui essa era un valore - utilizzando gli stessi metodi di coloro che proclama a gran voce di combattere. Non sentite puzza di Gestapo ma anche di Stasi nella prosa che avete gustato (ai punti 7, 8 e 9)? Strano, perché è pungente e ammorba come quello di un cadavere. 
Illudersi di non essere coinvolti da questo clima pre-catastrofico perché magari buoni, progressisti e preoccupati di mantenere un punto di vista sempre rigorosamente democratico e lottadiclassista della questione, vedendo i "black & brown" come l'ennesima evoluzione del pupazzetto simpatico e portafortuna del Buon Selvaggio che non potrà mai ritorcersi contro il Buon Bianco Democratico è un errore da schermata blu. Anzi da crash totale del sistema.

Se pensate poi che la manovra a tenaglia di Mangiafoco prevede che i neri vi odino come bianchi (odio razziale) e i musulmani vi combattano come infedeli (odio religioso), non trovate ciò assolutamente fantastico? 
No, ma voi preoccupatevi piuttosto di non finire troppo a destra e che non vi sia una "vera sinistra" da far risorgere alle prossime elezioni.


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